lunedì 6 settembre 2010
A sangue freddo _ Truman Capote
lunedì 19 aprile 2010
Cold spring harbor _ Richard Yates
- la credele e lucida descrizione di una middle-class decadente e attenta alle convenzioni, sognante e mai realizzata, illusa e lucidamente disperata;
- una coppia di giovani sposi alle prese con speranze vaghe e con un presente che non è mai quel presente che loro desidererebbero;
- la dolorosa presa di coscienza che le proprie aspirazioni sono anch'esse, come la realtà stessa, nient'altro che accrocchi che le persone si costruiscono per andare avanti nonostante tutto;
- l' incomunicabilità fra le parti: gli asti rimasti in sospeso, le ansie soffocate e i pensieri mai espressi, il disprezzo e la vergogna;
- il tema della pazzia, unica e quanto mai paradossale possibilità, nell'ottica yatesiana, di cavarsi fuori dalla pochezza di una società stupida, seppure al prezzo di una reclusione auto-forzata.
venerdì 16 aprile 2010
sabato 27 febbraio 2010
Qualcuno con cui correre _ David Grossman

lunedì 22 febbraio 2010
Le ore _ Michael Cunningham

sabato 30 gennaio 2010
Il giovane Holden _ J. D. Salinger

Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l'anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.
La vecchia Sally continuava a dire: “Io quel ragazzo l’ho conosciuto in qualche posto”. Dovunque la portavi c’era sempre qualcuno che lei “conosceva” o credeva di conoscere. Continuò con quella solfa finché mi fece girare le scatole e le dissi: “E perché non vai a dargli un bel bacione se lo conosci. Lui apprezzerebbe il gesto”. Questa mia uscita la fece arrabbiare. Però finalmente quel lavativo si accorse di lei e venne a salutarla. Avreste dovuto vedere come si salutarono. Da credere che non si vedessero da vent’anni […] Una cosa rivoltante. Il buffo è che probabilmente si erano visti una volta sola a qualche ricevimento balordo. Alla fine […] Sally ci presentò. Si chiamava George Vattelappesca e faceva l’università ad Andover. Da fargli tanto di capello. Avreste dovuto vederlo quando la vecchia Sally le domandò cosa pensasse della commedia. Era uno di quei palloni gonfiati che quando rispondono a una domanda devono farsi “spazio”. […] Poi lui e la vecchia Sally attaccarono a parlare di un mucchio di gente che conoscevano tutti e due. Garantito che in vita vostra non vi sia mai capitato di sentire una conversazione più fasulla.
domenica 24 gennaio 2010
La futura classe dirigente _ Peppe Fiore
Voglio dire che avere la tua età, oggi, in Italia, è una merda. Avere ventisei anni in Italia nel 2008 è una cosa che non auguro a nessuno. Voi non avete avuto maestri, non volete averceli, e in fondo io vi capisco pure. Noi, i padri, non possiamo fare altro che guardarvi annaspare come i pesci di un acquario di acqua avvelenata. Non è colpa nostra, non è colpa dei figli. Non è colpa di Silvio Berlusconi, non è colpa degli anni Ottanta, non è colpa del reflusso, non è colpa della televisione commerciale, non è colpa dell'eroina, non è colpa del muro di Berlino. Non è colpa di nessuno, eppure è colpa di tutti.
Tra le persone che affollano questo libro i rapporti sono sempre difficili, perennemente incompleti, precari, parziali, irrisolti, dolorosi. La sensazione è che sopra tutto e tutti aleggi una mancanza di senso e di obiettivi, una mancanza che è innanzitutto incapacità, una incapacità che risulta essere ancora più frustrante laddove subentra la consapevolezza. Si tratta però di una consapevolezza che non riesce a produrre cambiamento, ma solamente una rabbia sorda e feroce, una specie di odio sottile e di diffuso disprezzo che i protagonisti sembrano quasi voler far rimbalzare e rigettare contro quello stessa Italia che li disprezza.
E invece non è nemmeno una ragazza strana. Cioè, in fin dei conti non è più strana di me: passiamo i pomeriggi a dirci delle cose e a fare delle cose insieme. Non c'è niente del nostro rapporto che sia un'esibizione, ecco, niente di metaforico, niente di dovuto, nessun gesto a doppiofondo. Non come sono abituato io a stare in mezzo agli altri - come siamo tutti quanti abituati a stare in mezzo agli altri: sempre aggrovigliati nel minuetto delle ostensioni dell'intelligenza, delle finzioni, degli ammiccamenti, del galateo mentale, delle infinite cautele, della competizione latente, dell'idiozia strumentale a capirsi. Le cose, insomma, da cui sono scappato.
Key_Page, infine, a pagina 42:
Mi ricordo perfettamente il momento di quella foto. Era una domenica mattina di maggio, dovevamo andare da Ikea a comprare una lampada da scrivania, la sera prima l'avevamo passata sul mio divano, sostanzialmente a far niente. E se ci penso adesso era miracoloso che, all'epoca, ci bastasse così poco per stare bene. [...]Di fatto ci trovavamo in quella fase, appena un minuto prima di essere adulti, dove scegliere significava tutto. Avevamo scelto di laurearci, sceglievamo un master o una scuola di giornalismo, sceglievamo di cambiare casa. Tutto questo ci faceva sentire eroici e solidali con il mondo. L'unica cosa che non avevamo scelto era questa condizione di mutuo bisogno l'uno nell'altra che era davvero come ammettere una fondamentale necrosi della volontà dopo tutto questo scegliere. Era fastidiosa, però è stato proprio in quel periodo che la cosa è diventata presente e vera, e dunque bisognava farci i conti.Il nostro modo di fare i conti con la cosa era scopare sul letto scomodo a una piazza nella mia stanza di allora dotata di tenta in quella matrimoniale della sua, che era ergonomicamente un po' più umano e ci faceva meno problemi perchè la stanza aveva la porta. Scopare, sudare nel caldo d'asfalto, e poi galleggiare in interminabili laghi di silenzio con gli occhi sbarrati. Come se tutto questo volersi bene non richiesto in realtà ci stesse schiacciando. Come se il fatto che i nostri corpi sembrassero lo stesso corpo primordiale che era stato diviso e adesso si ricongiungeva spontaneamente, ci condannasse a non si sa bene cosa.
E poi ci svegliavamo di domenica nel suo letto o nel mio letto con addosso questa indeterminata ansia di fare, la gigantesca teoria dell'assenza che era la domenica a Centocelle ci faceva sentire ancora più soli davanti a noi stessi. Come se davvero la sera prima ci fossimo addormentati da sconosciuti in due grandi città diverse, per svegliarci di colpo ventiquattrenni in questo lembo remoto di una periferia sconosciuta e grigia e incendiata senza aver mai scelto davvero di stare insieme.
mercoledì 20 gennaio 2010
Porci con le ali _ Lidia Ravera & Marco Lombardo Radice
Hai solo paura come tutti, e allora ti agiti e credi (fai finta) di essere uno diverso uno che è com'è e non come lo fanno essere [...] Io voglio stare con gli altri, ma in un modo diverso, che non sia solo starsi addosso, per la paura di stare soli.
Porci con le ali è un diario a due, scritto nel 1976 e attualissimo. I due giovani protagonisti - due liceali sedicenni , Antonia e Rocco - più che cambiare il mondo vogliono disfarlo, deformalo e plasmarlo rispetto alla proprie necessità, vita, fame di libertà.
Stavo li' come uno scemo, non proprio nelle prime file perché bene o male un po' mi cacavo sotto lo stesso, a gridare e agitare il pugno. E mi sentivo contento. Ma quello che mi ha colpito di più è stato vedere a pochi metri da me Antonia. Che faceva le stesse cose. Ma soprattutto che era proprio un'altra! Cioè non aveva per niente quella faccina triste e un po' sconvolta che le ho visto addosso da quando la conosco, quell'aria di dire che merda 'sta vita o qualcosa del genere. Insomma era bellissima. Ho avuto un raptus, un focus, un motus, insomma mi sono avvicinato e le ho preso una mano (quella che non faceva il pugno). Lei si volta, mi vede, fa un sorriso e poi pazzescamente mi butta le braccia al collo e si mette a piangere. Be', in trentadue millesimi di secondo ho pensato due cose diverse. Prima: porco dio, ci mancava proprio una scena isterica di questa pazza, potevo restare dov'ero. Poi, porco dio, come cazzo fa a essere così meravigliosa, io è tutta la mattina che ho voglia di fare la stessa cosa e non l'ho fatta e non la farei mai, perche' sono uno stronzo che si vergogna di una cosa così, anche se è la più giusta. E mi è venuta una gran voglia di abbracciarla anch'io fino a stritolarla, di buttarla per aria e riacchiapparla, di sbaciucchiarmela tutta e di dirle di non piangere o invece si' di piangere quanto voleva, che andava benissimo così e non mi rendeva paranoico anzi felice. E naturalmente non ho fatto niente di tutto questo, ma forse non importa, nel senso che quando le ho detto 'Dai, ti offro un cappuccino' penso si sia capito che voleva dire tutte queste cose qua, e anche dai non far piangere anche me perché in fondo sono un maschietto. Ed è stato un cappuccino bellissimo con lei che si asciugava gli occhi col dorso della mano e io che non sapevo che dire ma cercavo di farlo capire e alla fine ho trovato il coraggio di riaccompagnarla a casa tenendola per mano e parlando del più e del meno.
domenica 17 gennaio 2010
Tuttalpiù muoio _ Albinati & Timi
Tuttalpiù muoio è uno di quei libri che non ti aspetti. L'hanno scritto Edoardo Albinati e Filippo Timi - l'attore, quest'ultimo - e il romanzo ripercorre, in maniera più o meno fantasiosa, la storia di Filippo-Filo, a partire dalle sua infanzia spericolata nella provincia umbra, l'adolescenza grottesca ed esilarante, l'età adulta e le mille problematiche, idiosincrasie e paure che, invece di ridursi, si moltiplicano.
Terminato lo spettacolo vengono a farti i complimenti, eppure senti che ti manca qualcosa.
Sei tornato nel mondo ma non ti ci ritrovi.
Comincia la routine del cercare un ristorante, i soliti posti aperti fino a notte fonda.
Oltre alla fame senti un'altra fame.Io ho fatto un voto.
Forse è perché sono mezzo cieco, forse è per le mie mille difficoltà a vivere, ho deciso che la realtà non esiste.E nemmeno la vita.Vivere non mi interessa.
Voglio solo rappresentare la vita, anzi crearla, crearne una più bella o più brutta, non importa.
Se l'unico modo per esistere e di crearsi una realtà artificiale, se tutta la vita è uno schermo, allora io debbo fare ridere, o far vomitare, ma sempre, in ogni momento, non solo quando sto recitando.
Abituato a improvvisare, salto i passaggi, provo un sentimento e subito la smania di esprimerlo, potrei farlo in un certo modo, ma so che se lo manifestassi così si capirebbe troppo facilmente cosa provo, allora in una frazione di secondo esamino e scarto la prima soluzione, scarto anche la seconda e faccio quella che sarebbe l terza mossa possibile e gli altri restano spiazzati perchè si aspettavano semmai la prima e nel frattempo io sono avanzato già di tre o quattro mosse.
Ho un disperato bisogno di dire la verità.
Ma non essendo più a teatro non ho un personaggio che mi permetta di farlo.
Dunque ne devo inventare un altro, e un altro, e un altro ancora.
giovedì 14 gennaio 2010
Treno di panna _ Andrea De Carlo
lunedì 20 luglio 2009
La schiuma dei giorni _ Boris Vian

mercoledì 15 luglio 2009
Una barca nel bosco _ Paola Mastracola
Il protagonista di questo romanzo è un adolescente che oggi definiremmo "un numero primo", per dirla alla Paolo Giordano. Nel libro lo vediamo crescere e cambiare, o meglio ancora difendersi da un mondo che non gli assomiglia per niente.Ambientato in una Torino grigia e asettica, questo è un romanzo tenero e feroce, che parla di senso di inadeguatezza e di quanto sia difficile, in realtà, comunicare. Di come gli altri, spesso, siano dei pianeti lontanissimi.
lunedì 13 luglio 2009
Soffocare _ Chuck Palahniuk
Questo libro è come un viaggio sottoterra, in cunicoli stretti e poco sicuri. Ma è anche e soprattutto un viaggio dentro.
Ci si graffia le mani. E il cuore.
E poi Palahniuk spinge il pedale dell'acceleratore fino in fondo e davvero non conosce limiti. Gigante.
La tecnica giusta da adottare in un caso come quello di Eva è spostare la sua attenzione. Distrarla, parlando del pranzo o del tempo o di come le stanno bene i capelli. Il suo lasso d'attenzione dura quanto il tic di un orologio, e la si può instradavere verso argomenti più gradevoli.
Probabilmente è così che gli uomini hanno sempre reagisto all'ostilità di Eva. Distraendola. Aspettando che il tempo passasse. Evitando lo scontro. Scappando.
Più o meno nello stesso modo in cui tutti quanti viviamo le nostre vite, guardando la televisione. Fumando merda. Prendendo medicinali a casaccio. Spostando la nostra attenzione. Masturbandoci. Rimuovendo.
sabato 25 aprile 2009
Ipse Dixit II _ Papa Ratzinger
domenica 22 febbraio 2009
Ipse dixit I _ Renato Soru

SCRITTURA INVISIBILE

