Non dite a mia madre che sono un blogger _ Lei mi crede pianista in un bordello



lunedì 6 settembre 2010

A sangue freddo _ Truman Capote


A sangue freddo - Truman Capote
A sangue freddo è una lettura lunga e sconvolgente, un'esperienza spaventosa e indimenticabile.
Spietata, come la penna di Capote.

«Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto della stato viene definita "laggiù". Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l'aria limpida e secca, ha un'atmosfera più da Far West che da Middle West. L'accento locale ha pungenti risonanze di prateria, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paurosamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di solos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggiatore li raggiunga.»

lunedì 19 aprile 2010

Cold spring harbor _ Richard Yates

Cold spring harbour - Richard Yates

Il mio scrittore preferito si chiama Richard Yates. I suoi romanzi più famosi e più belli sono Revolutionary road (da cui è stato tratto l'omonimo film con la regia di Sam Mendes) e Easter Parade.
Se però dovessi consigliare un libro che riesca a descrivere R. Yates al 100%, suggerirei Cold Spring Harbor, il suo ultimo romanzo (1984), pubblicato appena qualche giorno fa da Minimum fax (che ha i diritti per la traduzione italiana di tutte le sue opere).
In Cold Spring Harbor, infatti, si possono ritrovare con chiarezza tutte le tematiche care a Yates:
  • la credele e lucida descrizione di una middle-class decadente e attenta alle convenzioni, sognante e mai realizzata, illusa e lucidamente disperata;
  • una coppia di giovani sposi alle prese con speranze vaghe e con un presente che non è mai quel presente che loro desidererebbero;
  • la dolorosa presa di coscienza che le proprie aspirazioni sono anch'esse, come la realtà stessa, nient'altro che accrocchi che le persone si costruiscono per andare avanti nonostante tutto;
  • l' incomunicabilità fra le parti: gli asti rimasti in sospeso, le ansie soffocate e i pensieri mai espressi, il disprezzo e la vergogna;
  • il tema della pazzia, unica e quanto mai paradossale possibilità, nell'ottica yatesiana, di cavarsi fuori dalla pochezza di una società stupida, seppure al prezzo di una reclusione auto-forzata.
Insomma, sì, Richard Yates non è uno scrittore consolatorio. Ma è proprio qui che sta la sua grandezza: nello spingere il pedale della sincerità anche a costo di risultare estremo, feroce, sarcastico, beffardo; nel far diventare uno specchio impietoso le pagine dei proprio libri con il quale il lettore è costretto inesorabilmente a fare i conti.
Perché se è vero che il mondo di Yates appartiene a un'America provinciale, oppressiva e non inclusiva, allo stesso modo i suoi personaggi riescono a trascendere da ogni contestualizzazione geografica o temporale, diventando universali ed archetipi. Essi incorporano il tentativo costante di un avanzamento (sociale ma più spesso esclusivamente esistenziale) ma anche la segreta consapevolezza che quegli stessi inutili tentativi da loro adoperati così affannosamente rappresentano, nonostante tutto e tutti, gli unici modi per fronteggiare un presente terremotato e sdrucciolevole.
In fondo, la potenza di Yates sta tutta qua: nell'affrontare a viso aperto la sempre ambiguissima questione della ricerca della felicità (con esiti diametralmente opposti rispetto a quelli di Muccino, si noti).

venerdì 16 aprile 2010

sabato 27 febbraio 2010

Qualcuno con cui correre _ David Grossman

Qualcuno con cui correre - David Grossman

Di libri ce ne sono a milioni, e si presume che moltissimi di questi siano anche dei bei libri. Il lato negativo della cosa, però, è che la scelta di quali libri leggere può diventare, a volte, un'impresa più difficile del previsto.
Spesso si leggono certi libri dopo aver letto una bella recensione, o per un consiglio di un amico. O ancora, perché la foto in copertina era bella, o la quarta di copertina particolarmente convincente.

Io ho comprato e letto Qualcuno con cui correre, di David Grossman, dopo averlo visto tra le mani di un ragazzo punk sui diciott'anni seduto a poche metri da me dentro l'autobus 60 express; un tipo con una cresta colorata di venti centimetri, qualche decina di anelli sparsi un po' ovunque. E poi quel libro in mano. Come se il gioco fosse "trova l'intruso".
Però mi ha messo addosso una curiosità gigantesca. Così, quando sono sceso dall'autobus, invece di andare a casa, sono andato in libreria, e ho comprato questo romanzo.

E' uno di quei libri che ti catturano per la trama trascinante e senza pause. Ambientato in una dinamicissima e cupa Gerusalemme, il romanzo "insegue" il giovane Assaf nella sua spericolata avventura alla ricerca della conturbante Tamar. Peccato per il finale, che è un po' scontato.

Ne è stato tratto anche un film:


lunedì 22 febbraio 2010

Le ore _ Michael Cunningham

Questo straordinario romanzo si immagina e racconta alcuni pezzi di vita di tre donne: una è Virginia Woolf - tra le tre è l'unica che storicamente è esistita realmente e a cui questo romanzo sembra essere un omaggio; le altre due sono Laura Brown, giovane donna appartenente a una middleclass decadente ed educatamente disperata, e Clarrisa Vaughan, anima colta e curiosa, che si ritrova ad avere a che fare con la morte per aids di Richard, forse l'unico uomo che lei abbia mai amato.

Le tre protagoniste vivono e si muovono in tre momenti storici differenti, ma le loro storie finiscono per intrecciarsi attraverso svariate connessioni, somiglianze e identici sguardi tramite cui scrutare il mondo, sguardi carichi di una curiosità che è al contempo angosciata e vivissima.

Laura Brown

Mentre guida la sua Chevrolet lungo la Pasadena Freeway, fra colline in alcuni punti ancora bruciate per l'incendio dell'anno prima, ha la sensazione di stare sognando o, più precisamente, di ricordare questo viaggio in auto da un sogno fatto molto tempo prima. Tutto quello che vede le dà l'impressione di essere inchiodato al giorno come le farfalle eterizzate sono incollate a un pannello. Ecco i pendii neri delle colline punteggiati dalle case con gli stucchi color pastello che sono state risparmiate dalle fiamme. Ecco il cielo fosco, blu e bianco. Laura guida con competenza, né troppo piano né troppo veloce, controllando ogni tanto lo specchietto retrovisore. E' una donna in un'automobile che sogna di essere in un'automobile.
Ha lasciato il figlio dalla signora Latch, che abita in fondo alla strada. Ha inventato una commissione dell'ultimo minuto legata al compleanno del marito.
Ha avuto una crisi di panico - crede che "panico" sia la parola giusta. Ha provato a mettersi stesa per qualche minuto mentre il figlio dormiva; ha provato a leggere un po', ma non riusciva a concentrarsi. E' rimasta distesa sul letto con il libro tra le mani, sentendosi svuotata, esausta, per il bambino, per la torta, per il bacio. Tutto si riconduceva, in un certo senso, a questi tre elementi, e mentre stava stesa sul letto matrimoniale con gli scuri abbassati e la lampada da notte accesa, a cercare di leggere, si è chiesta: è questo che vuol dire impazzire? Non se l'era mai immaginato così - quando aveva pensato a qualcuno (a una donna come lei) che perdeva la testa, si era immaginata urla e lamenti, allucinazioni; ma in quel momento le era parso chiaro che c'era un altro modo, molto più tranquillo: un modo, più che confuso e disperato, piatto, tanto che un'emozione forte come il dolore sarebbe stato un sollievo.

sabato 30 gennaio 2010

Il giovane Holden _ J. D. Salinger

Il giovane Holden - J.D.Salinger


Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l'anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.

La vecchia Sally continuava a dire: “Io quel ragazzo l’ho conosciuto in qualche posto”. Dovunque la portavi c’era sempre qualcuno che lei “conosceva” o credeva di conoscere. Continuò con quella solfa finché mi fece girare le scatole e le dissi: “E perché non vai a dargli un bel bacione se lo conosci. Lui apprezzerebbe il gesto”. Questa mia uscita la fece arrabbiare. Però finalmente quel lavativo si accorse di lei e venne a salutarla. Avreste dovuto vedere come si salutarono. Da credere che non si vedessero da vent’anni […] Una cosa rivoltante. Il buffo è che probabilmente si erano visti una volta sola a qualche ricevimento balordo. Alla fine […] Sally ci presentò. Si chiamava George Vattelappesca e faceva l’università ad Andover. Da fargli tanto di capello. Avreste dovuto vederlo quando la vecchia Sally le domandò cosa pensasse della commedia. Era uno di quei palloni gonfiati che quando rispondono a una domanda devono farsi “spazio”. […] Poi lui e la vecchia Sally attaccarono a parlare di un mucchio di gente che conoscevano tutti e due. Garantito che in vita vostra non vi sia mai capitato di sentire una conversazione più fasulla.

J. D. Salinger è morto il 29 gennaio, l'altro ieri.
Qui il New Yorker analizza la sua poetica. Qui il New York Times ripercorre la sua vita.

domenica 24 gennaio 2010

La futura classe dirigente _ Peppe Fiore

La futura classe dirigente _ Peppe Fiore

Questo è un libro generazionale che più generazionale non si può. Parla dei ragazzi nati negli anni '80 e '90, senza stereotipi o scorciatoie.
Il protagonista è Michele Botta, ventisei anni, nevrotico studente fuori sede a Roma. La sua visione del mondo è cinica e spregiudicata, alla continua ricerca di una autenticità nelle cose e nelle persone, un'avventura che si rivelerà ogni volta più difficile del previsto.
Ma il vero protagonista del romanzo, in realtà, è l'Italia stessa, l'Italia di oggi, le sue idiosincrasie e irregolarità, raccontate con un sarcasmo irresistibile e divertente che è nel contempo estremamente desolante e senza vie di fuga nè soluzioni.
Voglio dire che avere la tua età, oggi, in Italia, è una merda. Avere ventisei anni in Italia nel 2008 è una cosa che non auguro a nessuno. Voi non avete avuto maestri, non volete averceli, e in fondo io vi capisco pure. Noi, i padri, non possiamo fare altro che guardarvi annaspare come i pesci di un acquario di acqua avvelenata. Non è colpa nostra, non è colpa dei figli. Non è colpa di Silvio Berlusconi, non è colpa degli anni Ottanta, non è colpa del reflusso, non è colpa della televisione commerciale, non è colpa dell'eroina, non è colpa del muro di Berlino. Non è colpa di nessuno, eppure è colpa di tutti.

Tra le persone che affollano questo libro i rapporti sono sempre difficili, perennemente incompleti, precari, parziali, irrisolti, dolorosi. La sensazione è che sopra tutto e tutti aleggi una mancanza di senso e di obiettivi, una mancanza che è innanzitutto incapacità, una incapacità che risulta essere ancora più frustrante laddove subentra la consapevolezza. Si tratta però di una consapevolezza che non riesce a produrre cambiamento, ma solamente una rabbia sorda e feroce, una specie di odio sottile e di diffuso disprezzo che i protagonisti sembrano quasi voler far rimbalzare e rigettare contro quello stessa Italia che li disprezza.
Eppure, quasi per miracolo, appaiono qua e là, a sprazzi e improvvisamente, degli squarci di luce, dei buchi nella rete:
E invece non è nemmeno una ragazza strana. Cioè, in fin dei conti non è più strana di me: passiamo i pomeriggi a dirci delle cose e a fare delle cose insieme. Non c'è niente del nostro rapporto che sia un'esibizione, ecco, niente di metaforico, niente di dovuto, nessun gesto a doppiofondo. Non come sono abituato io a stare in mezzo agli altri - come siamo tutti quanti abituati a stare in mezzo agli altri: sempre aggrovigliati nel minuetto delle ostensioni dell'intelligenza, delle finzioni, degli ammiccamenti, del galateo mentale, delle infinite cautele, della competizione latente, dell'idiozia strumentale a capirsi. Le cose, insomma, da cui sono scappato.

Key_Page, infine, a pagina 42:
Mi ricordo perfettamente il momento di quella foto. Era una domenica mattina di maggio, dovevamo andare da Ikea a comprare una lampada da scrivania, la sera prima l'avevamo passata sul mio divano, sostanzialmente a far niente. E se ci penso adesso era miracoloso che, all'epoca, ci bastasse così poco per stare bene. [...]
Di fatto ci trovavamo in quella fase, appena un minuto prima di essere adulti, dove scegliere significava tutto. Avevamo scelto di laurearci, sceglievamo un master o una scuola di giornalismo, sceglievamo di cambiare casa. Tutto questo ci faceva sentire eroici e solidali con il mondo. L'unica cosa che non avevamo scelto era questa condizione di mutuo bisogno l'uno nell'altra che era davvero come ammettere una fondamentale necrosi della volontà dopo tutto questo scegliere. Era fastidiosa, però è stato proprio in quel periodo che la cosa è diventata presente e vera, e dunque bisognava farci i conti.
Il nostro modo di fare i conti con la cosa era scopare sul letto scomodo a una piazza nella mia stanza di allora dotata di tenta in quella matrimoniale della sua, che era ergonomicamente un po' più umano e ci faceva meno problemi perchè la stanza aveva la porta. Scopare, sudare nel caldo d'asfalto, e poi galleggiare in interminabili laghi di silenzio con gli occhi sbarrati. Come se tutto questo volersi bene non richiesto in realtà ci stesse schiacciando. Come se il fatto che i nostri corpi sembrassero lo stesso corpo primordiale che era stato diviso e adesso si ricongiungeva spontaneamente, ci condannasse a non si sa bene cosa.

E poi ci svegliavamo di domenica nel suo letto o nel mio letto con addosso questa indeterminata ansia di fare, la gigantesca teoria dell'assenza che era la domenica a Centocelle ci faceva sentire ancora più soli davanti a noi stessi. Come se davvero la sera prima ci fossimo addormentati da sconosciuti in due grandi città diverse, per svegliarci di colpo ventiquattrenni in questo lembo remoto di una periferia sconosciuta e grigia e incendiata senza aver mai scelto davvero di stare insieme.

mercoledì 20 gennaio 2010

Porci con le ali _ Lidia Ravera & Marco Lombardo Radice

Porci con le ali - Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice

Ultimamente mi è capitato di rileggere alcune parti di questo libro, che è sempre clamoroso, bello, divertente, struggente. Commovente, liberatorio. Energetico come una Red bull.

Hai solo paura come tutti, e allora ti agiti e credi (fai finta) di essere uno diverso uno che è com'è e non come lo fanno essere [...] Io voglio stare con gli altri, ma in un modo diverso, che non sia solo starsi addosso, per la paura di stare soli.

Porci con le ali è un diario a due, scritto nel 1976 e attualissimo. I due giovani protagonisti - due liceali sedicenni , Antonia e Rocco - più che cambiare il mondo vogliono disfarlo, deformalo e plasmarlo rispetto alla proprie necessità, vita, fame di libertà.
Politica, spleen, gli anni '70 e il sesso sono gli ingredienti base del romanzo. La quarta di copertina dice che si tratta della "generazione uscita dal sessantotto". Sarà, ma a me Antonia e Rocco mi sembrano così incredibilmente simili a noialtri Millennials nati da qualche parte negli anni 80 e 90 (manifestazioni e "compagni" e intenti rivoluzionari a parte, si capisce).

Stavo li' come uno scemo, non proprio nelle prime file perché bene o male un po' mi cacavo sotto lo stesso, a gridare e agitare il pugno. E mi sentivo contento. Ma quello che mi ha colpito di più è stato vedere a pochi metri da me Antonia. Che faceva le stesse cose. Ma soprattutto che era proprio un'altra! Cioè non aveva per niente quella faccina triste e un po' sconvolta che le ho visto addosso da quando la conosco, quell'aria di dire che merda 'sta vita o qualcosa del genere. Insomma era bellissima. Ho avuto un raptus, un focus, un motus, insomma mi sono avvicinato e le ho preso una mano (quella che non faceva il pugno). Lei si volta, mi vede, fa un sorriso e poi pazzescamente mi butta le braccia al collo e si mette a piangere. Be', in trentadue millesimi di secondo ho pensato due cose diverse. Prima: porco dio, ci mancava proprio una scena isterica di questa pazza, potevo restare dov'ero. Poi, porco dio, come cazzo fa a essere così meravigliosa, io è tutta la mattina che ho voglia di fare la stessa cosa e non l'ho fatta e non la farei mai, perche' sono uno stronzo che si vergogna di una cosa così, anche se è la più giusta. E mi è venuta una gran voglia di abbracciarla anch'io fino a stritolarla, di buttarla per aria e riacchiapparla, di sbaciucchiarmela tutta e di dirle di non piangere o invece si' di piangere quanto voleva, che andava benissimo così e non mi rendeva paranoico anzi felice. E naturalmente non ho fatto niente di tutto questo, ma forse non importa, nel senso che quando le ho detto 'Dai, ti offro un cappuccino' penso si sia capito che voleva dire tutte queste cose qua, e anche dai non far piangere anche me perché in fondo sono un maschietto. Ed è stato un cappuccino bellissimo con lei che si asciugava gli occhi col dorso della mano e io che non sapevo che dire ma cercavo di farlo capire e alla fine ho trovato il coraggio di riaccompagnarla a casa tenendola per mano e parlando del più e del meno.

domenica 17 gennaio 2010

Tuttalpiù muoio _ Albinati & Timi

Tutt'al più muoio - ALbinati e Filippo TimiTuttalpiù muoio è uno di quei libri che non ti aspetti. L'hanno scritto Edoardo Albinati e Filippo Timi - l'attore, quest'ultimo - e il romanzo ripercorre, in maniera più o meno fantasiosa, la storia di Filippo-Filo, a partire dalle sua infanzia spericolata nella provincia umbra, l'adolescenza grottesca ed esilarante, l'età adulta e le mille problematiche, idiosincrasie e paure che, invece di ridursi, si moltiplicano.

Tutto è molto commovente e autentico. Key_Page: 173:


Terminato lo spettacolo vengono a farti i complimenti, eppure senti che ti manca qualcosa.

Sei tornato nel mondo ma non ti ci ritrovi.

Comincia la routine del cercare un ristorante, i soliti posti aperti fino a notte fonda.

Oltre alla fame senti un'altra fame.Io ho fatto un voto.

Forse è perché sono mezzo cieco, forse è per le mie mille difficoltà a vivere, ho deciso che la realtà non esiste.E nemmeno la vita.Vivere non mi interessa.

Voglio solo rappresentare la vita, anzi crearla, crearne una più bella o più brutta, non importa.

Se l'unico modo per esistere e di crearsi una realtà artificiale, se tutta la vita è uno schermo, allora io debbo fare ridere, o far vomitare, ma sempre, in ogni momento, non solo quando sto recitando.

Abituato a improvvisare, salto i passaggi, provo un sentimento e subito la smania di esprimerlo, potrei farlo in un certo modo, ma so che se lo manifestassi così si capirebbe troppo facilmente cosa provo, allora in una frazione di secondo esamino e scarto la prima soluzione, scarto anche la seconda e faccio quella che sarebbe l terza mossa possibile e gli altri restano spiazzati perchè si aspettavano semmai la prima e nel frattempo io sono avanzato già di tre o quattro mosse.

Ho un disperato bisogno di dire la verità.

Ma non essendo più a teatro non ho un personaggio che mi permetta di farlo.

Dunque ne devo inventare un altro, e un altro, e un altro ancora.

giovedì 14 gennaio 2010

Treno di panna _ Andrea De Carlo

Treno di panna è il romanzo di esordio di Andrea De Carlo, datato 1981.
Credo che l'aggettivo più giusto per descriverlo sia "strano".
Treno di panna è un libro a suo modo misterioso, avvolgente, a tratti abbastanza angosciante.
Regna l'incomunicabilità tra i personaggi, che è spesso conseguenza delle loro velleità e frustrazioni.
La scrittura è quanto mai asciutta. C'è un uso dei "due punti" che è, diciamo, originale.
Una pagina significativa ed emblematica è la 107:
Poi si è girato verso di me e mi ha detto "Voi che siete giovani dovete muovervi!".
Lo detestavo per i suoi occhi piccoli, da roditore.
Ha detto: "Giovanni, Los Angeles è la città delle grandi occasioni!".
Aveva un tono paternalista: come uno che non sa bene dove mettere i piedi. Me lo sono immaginato attaccato al telefono a parlare con Jill, mentre io ero al ristorante a fare il cameriere. In più, ogni ogni tanto mi fissava e mi chiedeva se ero riuscito a capire una espressione particolare. Mi si rivolgeva come se io avessi una conoscenza molto limitata della lingua. Usava questa tecnica per stabilire una sorta di podio da cui fornirmi consigli.
Mi ha detto "Giovanni, perchè non cerchi di sfondare con le tue capacità?". L'espressione sfondare oppure farcela ricorreva quanto denaro.
Gli ho detto che non avevo ancora deciso in che campo provare; che stavo cercando di capire che possibilità c'erano. Lui ha avuto un piccolo scatto di voce: ha detto "Guarda, non pensare che io mi consideri arrivato. Non hai idea di quanta energia mi costa guadagnare diecimila dollari adesso. Sto cercando anch'io di farcela, come i camerieri di questo ristorante e chiunque altro vive in questacittà. La gente arriva qui da tutto il resto degli Stati Uniti e del mondo e respira questo schifo di aria e sta in macchina delle ore ogni giorno e cerca di farcela. Non hai idea di quanti camerieri e autisti di autobus e idraulici a Los Angeles hanno depositato i loro nomi e le loro fotografie nelle agenzie di collocamento attori. Non si accorgono neanche di quello che stanno facendo, perchè vivono tutti nell'idea di riuscire a sfondare". Guardava Jill ogni tanto di sfuggita, per raccogliere cenni di approvazione.
Ho pensato che era vero; che quasi chiunque avevo incontraro nascondeva progetti e ambizioni che coltivava da chissà quanto tempo. Tutti andavano avanti sordamente, appena intaccati e immalinconiti dalla realtà; convinti di avere il sistema giusto per passare attraverso la rete.

lunedì 20 luglio 2009

La schiuma dei giorni _ Boris Vian

Boris Vian - La schiuma dei giorni

L'essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto.
In effetti, semba che le masse stiamo sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione.

Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di essere formulate per essere seguite. Solo due cose contano: l'amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans e di Duke Ellington.

Il resto sarebbe meglio che sparisse, perchè il resto è brutto, e la dimostrazione contenuta nelle poche pagine seguenti deriva tutta la sua forza da un unico fatto: la storia è interamente vera, perchè io me la sono inventata da capo a piedi.
La sua realizzazione materiale in senso stretto consiste essenzialmente in una proiezione della realtà, in un'atmosfera obliqua e surriscaldata, su un piano di riferimento irregolarmente ondulato e un poco distorto.
Come si vede, è una tecnica confessabile, ammesso che ce ne siano.

New Orleans 10 marzo 1946

mercoledì 15 luglio 2009

Una barca nel bosco _ Paola Mastracola

Paola mastracola Una barca nel bosco Il protagonista di questo romanzo è un adolescente che oggi definiremmo "un numero primo", per dirla alla Paolo Giordano. Nel libro lo vediamo crescere e cambiare, o meglio ancora difendersi da un mondo che non gli assomiglia per niente.

Ambientato in una Torino grigia e asettica, questo è un romanzo tenero e feroce, che parla di senso di inadeguatezza e di quanto sia difficile, in realtà, comunicare. Di come gli altri, spesso, siano dei pianeti lontanissimi.
Bel libro. Leggibile, divertente e amaro allo stesso tempo. Ha vinto il Premio Campiello.

Pensiamo che si cresca verso l'alto. Che idiozia! Le madri ad esempio, tu guarda come sono fiere che i loro pargoli crescono in altezza. E invece bisognerebbe scavare sotto i piedi dei figli, e vedere lì nella terra, quanto sono cresciuti. Se no poi, da grandi, cadono. Cadono a faccia in giù, come pali mal piantati nel terreno, senza radici.

lunedì 13 luglio 2009

Soffocare _ Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk - SOffocare Questo libro è come un viaggio sottoterra, in cunicoli stretti e poco sicuri. Ma è anche e soprattutto un viaggio dentro.
Ci si graffia le mani. E il cuore.
E poi Palahniuk spinge il pedale dell'acceleratore fino in fondo e davvero non conosce limiti. Gigante.

La tecnica giusta da adottare in un caso come quello di Eva è spostare la sua attenzione. Distrarla, parlando del pranzo o del tempo o di come le stanno bene i capelli. Il suo lasso d'attenzione dura quanto il tic di un orologio, e la si può instradavere verso argomenti più gradevoli.

Probabilmente è così che gli uomini hanno sempre reagisto all'ostilità di Eva. Distraendola. Aspettando che il tempo passasse. Evitando lo scontro. Scappando.

Più o meno nello stesso modo in cui tutti quanti viviamo le nostre vite, guardando la televisione. Fumando merda. Prendendo medicinali a casaccio. Spostando la nostra attenzione. Masturbandoci. Rimuovendo.

sabato 25 aprile 2009

Ipse Dixit II _ Papa Ratzinger


Ora, il papa dice che "l'ora di religione è parte integrante della scuola italiana ed è esempio [niente di meno che] di laicità positiva" [!]


Che dire; si attendono ulteriori e sempre brillanti aggiornamenti by Ratzinger, tipo: "l'asino vola"

domenica 22 febbraio 2009

Ipse dixit I _ Renato Soru

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Pensai: mai più. Mai più faranno mercato della nostra terra. Mai più villaggi turistici finti, che non sono costruiti da sardi, non impiegano sardi, non usano prodotti sardi, non distribuiscono utili ai sardi. La Sardegna è il campo giochi di partite altrui; di suo non ha neppure uno scivolo. Basta con le lottizzazioni sulla costa, con le moto d’acqua a tutto gas, con l’assedio degli yacht di ferragosto. Non possiamo diventare un’immensa Ibiza, perché anche Ibiza sta cambiando. Portiamo cavi e fibre ottiche, ma ritroviamo la nostra anima profonda, perché è quella che interessa al mondo globale.
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