Questo è un libro generazionale che più generazionale non si può. Parla dei ragazzi nati negli anni '80 e '90, senza stereotipi o scorciatoie.
Il protagonista è Michele Botta, ventisei anni, nevrotico studente fuori sede a Roma. La sua visione del mondo è cinica e spregiudicata, alla continua ricerca di una autenticità nelle cose e nelle persone, un'avventura che si rivelerà ogni volta più difficile del previsto.
Ma il vero protagonista del romanzo, in realtà, è l'Italia stessa, l'Italia di oggi, le sue idiosincrasie e irregolarità, raccontate con un sarcasmo irresistibile e divertente che è nel contempo estremamente desolante e senza vie di fuga nè soluzioni.
Voglio dire che avere la tua età, oggi, in Italia, è una merda. Avere ventisei anni in Italia nel 2008 è una cosa che non auguro a nessuno. Voi non avete avuto maestri, non volete averceli, e in fondo io vi capisco pure. Noi, i padri, non possiamo fare altro che guardarvi annaspare come i pesci di un acquario di acqua avvelenata. Non è colpa nostra, non è colpa dei figli. Non è colpa di Silvio Berlusconi, non è colpa degli anni Ottanta, non è colpa del reflusso, non è colpa della televisione commerciale, non è colpa dell'eroina, non è colpa del muro di Berlino. Non è colpa di nessuno, eppure è colpa di tutti.
Tra le persone che affollano questo libro i rapporti sono sempre difficili, perennemente incompleti, precari, parziali, irrisolti, dolorosi. La sensazione è che sopra tutto e tutti aleggi una mancanza di senso e di obiettivi, una mancanza che è innanzitutto incapacità, una incapacità che risulta essere ancora più frustrante laddove subentra la consapevolezza. Si tratta però di una consapevolezza che non riesce a produrre cambiamento, ma solamente una rabbia sorda e feroce, una specie di odio sottile e di diffuso disprezzo che i protagonisti sembrano quasi voler far rimbalzare e rigettare contro quello stessa Italia che li disprezza.
Eppure, quasi per miracolo, appaiono qua e là, a sprazzi e improvvisamente, degli squarci di luce, dei buchi nella rete:
E invece non è nemmeno una ragazza strana. Cioè, in fin dei conti non è più strana di me: passiamo i pomeriggi a dirci delle cose e a fare delle cose insieme. Non c'è niente del nostro rapporto che sia un'esibizione, ecco, niente di metaforico, niente di dovuto, nessun gesto a doppiofondo. Non come sono abituato io a stare in mezzo agli altri - come siamo tutti quanti abituati a stare in mezzo agli altri: sempre aggrovigliati nel minuetto delle ostensioni dell'intelligenza, delle finzioni, degli ammiccamenti, del galateo mentale, delle infinite cautele, della competizione latente, dell'idiozia strumentale a capirsi. Le cose, insomma, da cui sono scappato.
Key_Page, infine, a pagina 42:
Mi ricordo perfettamente il momento di quella foto. Era una domenica mattina di maggio, dovevamo andare da Ikea a comprare una lampada da scrivania, la sera prima l'avevamo passata sul mio divano, sostanzialmente a far niente. E se ci penso adesso era miracoloso che, all'epoca, ci bastasse così poco per stare bene. [...]Di fatto ci trovavamo in quella fase, appena un minuto prima di essere adulti, dove scegliere significava tutto. Avevamo scelto di laurearci, sceglievamo un master o una scuola di giornalismo, sceglievamo di cambiare casa. Tutto questo ci faceva sentire eroici e solidali con il mondo. L'unica cosa che non avevamo scelto era questa condizione di mutuo bisogno l'uno nell'altra che era davvero come ammettere una fondamentale necrosi della volontà dopo tutto questo scegliere. Era fastidiosa, però è stato proprio in quel periodo che la cosa è diventata presente e vera, e dunque bisognava farci i conti.Il nostro modo di fare i conti con la cosa era scopare sul letto scomodo a una piazza nella mia stanza di allora dotata di tenta in quella matrimoniale della sua, che era ergonomicamente un po' più umano e ci faceva meno problemi perchè la stanza aveva la porta. Scopare, sudare nel caldo d'asfalto, e poi galleggiare in interminabili laghi di silenzio con gli occhi sbarrati. Come se tutto questo volersi bene non richiesto in realtà ci stesse schiacciando. Come se il fatto che i nostri corpi sembrassero lo stesso corpo primordiale che era stato diviso e adesso si ricongiungeva spontaneamente, ci condannasse a non si sa bene cosa.
E poi ci svegliavamo di domenica nel suo letto o nel mio letto con addosso questa indeterminata ansia di fare, la gigantesca teoria dell'assenza che era la domenica a Centocelle ci faceva sentire ancora più soli davanti a noi stessi. Come se davvero la sera prima ci fossimo addormentati da sconosciuti in due grandi città diverse, per svegliarci di colpo ventiquattrenni in questo lembo remoto di una periferia sconosciuta e grigia e incendiata senza aver mai scelto davvero di stare insieme.

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